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SE N'È ANDATA MARIA CORTI
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RASSEGNA STAMPA
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CORRIERE DELLA SERA
Maria Corti, la ragazza
che si innamorò di Dante
di Cesare Segre
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Maria
Corti è morta l' altra notte, ancora in piena attività di studiosa e di
scrittrice. Era nata a Milano nel 1915. Ebbe una vita travagliata: presto
orfana di madre, visse a lungo in collegio, mentre il padre, ingegnere
stradale, lavorava in Puglia. Dopo le due lauree (la seconda in
filosofia), insegnò nelle scuole secondarie di Chiari, poi di Como, poi di
Milano; facendo per anni la spola con Pavia, dov' era incaricata all'
Università. Anni di fatiche (insegnamento e lavoro scientifico) e di
scomodi viaggi in terza classe con gli operai pendolari, viaggi raccontati
nel suo romanzo Il trenino della pazienza, che fu pubblicato molto tardi
rimaneggiato e con diverso titolo (Cantare nel buio, 1991). Infatti, dopo
una tesi di latino medieval e, Studi sulla latinità merovingia, la Corti,
lontana dal maestro Benvenuto Terracini (esiliato nel 1938), s' era
dedicata interamente all' insegnamento e alla scrittura creativa. Fu
Terracini, tornato in patria dopo la guerra, a stimolarla a riprend ere l'
attività di ricerca, stavolta nel campo della Storia della lingua
italiana. La Corti recuperò velocemente gli anni perduti (in cui, oltre a
insegnare, aveva svolto attività antifascista, col gruppo di allievi di
Antonio Banfi, suo secondo maes tro). Entrata nella carriera
universitaria, ebbe la cattedra della sua disciplina prima a Lecce, poi a
Pavia (dove contribuì a creare la cosiddetta «scuola di Pavia»). Pur
operando in condizioni difficili, preparò studi decisivi sulla morfologia
e su lla sintassi poetica italiana delle origini (1958) e sui dialetti
emiliano, veneto e lombardo antichi, ed edizioni importanti, come quelle
del poeta napoletano Jacopo de Jennaro (1956) e della bolognese Vita di
san Petronio (1962). La sua prima racco lta di saggi, Metodi e fantasmi
(1969), porta già i segni della nuova critica strutturalistica, che la
Corti abbracciò con grande giudizio, e non rinunciando a un gusto
saggistico appreso dai critici francesi. Bellissimi e rivelatori, in
questa racco lta, i lavori sulle redazioni dell' Arcadia di Sannazaro, uno
dei testi che le furono più cari; o l' identificazione dell' autore del
Delfilo. Vennero poi i Principî della comunicazione letteraria (1976;
volume poi quasi raddoppiato nell' edizione de l 1997) e il Viaggio
testuale (1978); qui la dottrina è ormai consolidata, ma sempre applicata
con grande duttilità. Basta vedere i vari articoli dedicati al problema
dei generi letterari, in cui il senso storico, e in particolare la
competenza sul p ensiero medievale, sorreggono l' equilibrata
formalizzazione. La Corti affiancava spesso studi su autori delle origini
ad analisi di contemporanei (quali Bilenchi e Calvino), com' era naturale
per una scrittrice in proprio; che tra l' altro gli scrit tori li
frequentava anche personalmente: basta ricordare Montale. Da ultimo aveva
polarizzato la sua attenzione sulle vicende redazionali dell' opera di
Fenoglio, della quale preparò anche l' edizione critica (1978), discutendo
più volte i problemi d i sviluppo, di derivazione e di datazione dei vari
manoscritti; e su problemi della poesia duecentesca e di Dante. Lo studio
dell' aristotelismo radicale, e in particolare dei logici «modisti», le
permise di gettare una luce nuova sui testi d' un poe ta, Guido
Cavalcanti, che già prima era stato oggetto della sua attenzione, e di
chiarire le idee linguistiche di Dante. Splendidi i volumi Dante a un
nuovo crocevia (1981), Percorsi dell' invenzione (1993) e La felicità
mentale (1983); i quali tra l ' altro comunicano al lettore questa stessa,
limpida felicità della scoperta. Che era anche felicità di definire:
tipica infatti della Corti la capacità di trovare formule apodittiche,
leggermente scherzose, come «transcodificazione indolore», «luogh i
mentali» o simili. Non va poi dimenticato che la Corti scrisse anche libri
per l' insegnamento nelle scuole superiori: citiamo almeno l' innovativa
grammatica Una lingua per tutti (1978), elaborata con alcuni giovani
collaboratori. Era fondatrice e direttrice o condirettrice di riviste come
Strumenti critici e Autografo, e della più militante Alfabeta; collaborava
a la Repubblica. Infine, come naturale, era accademica della Crusca. La
Corti era particolarmente fiera della creazione del Fondo m anoscritti di
autori moderni e contemporanei presso l' Università di Pavia. Questo
Fondo, formato in origine di lasciti e donazioni di scrittori, si è poi
allargato anche ad autori classici come il Foscolo, ed è ora una delle più
consistenti raccolte di stesure autografe, bozze corrette, corrispondenze
di scrittori italiani degli ultimi due secoli. Ma è anche diventato subito
un' officina in cui si studiano geneticamente opere importanti della
nostra letteratura, specie contemporanea, o si affro ntano problemi
biografici. Credo però che il capolavoro della Corti sia stato il suo
insegnamento: per la sua capacità di comunicare non solo sul piano
metodologico, ma su quello umano. Maestra e madre, per tanti allievi. Oggi
la piangono un' infinit à di suoi discepoli, dalle scuole secondarie, da
cui prese il volo, alle università. Sono centinaia e centinaia le persone
che dalla Corti hanno imparato la serietà del metodo, ma soprattutto l'
apertura verso gli altri, il disinteresse, la generosit à. E anche l'
ottimismo. Le tappe di una filologa LA VITA Maria Corti era nata a Milano
nel 1915. È morta la scorsa notte all' ospedale San Paolo di Milano in
seguito a una crisi respiratoria LA CARRIERA Filologa, scrittrice, critico
letterario, acca demica dei lincei e della Crusca, ha insegnato Storia
della lingua italiana. I suoi studi vanno dallo Stil Novo a Leopardi agli
autori contemporanei I PREMI Tra i tanti premi ricevuti da Maria Corti
ricordiamo: nel 1989 il Premio Flaiano, l' Ambrogin o d' oro e il premio
speciale per la letteratura della Presidenza del Consiglio. Nel ' 99 il
premio Ministro dei Beni culturali dall' Accademia dei Lincei. E nello
stesso anno il premio Campiello alla carriera LA DISAVVENTURA Nel novembre
del 2000 la grande studiosa fu vittima di un raggiro. Una giovane donna,
elegante e cordiale, la convinse a prelevare 30 milioni dai suoi conti
correnti. Si trattava di una truffa ben organizzata: al posto del denaro
la Corti si trovò due buste piene di carta s traccia IL FUNERALE Lunedì
mattina, alle 11.30, presso l' Università di Pavia, Cortile Volta, strada
Nuova 65, si terrà una commemorazione della studiosa. Interverranno il
rettore dell' ateneo Roberto Smith e il preside della facoltà di Lettere
Giova nni Francioni. Maria Corti verrà seppellita nella tomba di famiglia
a Pellio d' Intelvi (Como) dopo il rito funebre NOVECENTO Creò il Fondo
Manoscritti Nel 1972, Maria Corti creò all' Università di Pavia il «Fondo
Manoscritti di autori moderni e cont emporanei», un prezioso archivio di
materiali autografi otto-novecenteschi, cui è legata la rivista
«Autografo». Il primo nucleo del Fondo nacque nel ' 68, quando Montale
donò alla Corti alcuni bloc notes con correzioni di sue poesie mescolate
ad app unti vari. Poi vennero gli autografi di Bilenchi e le redazioni
manoscritte della novella La Madonna dei filosofi di Gadda. La Corti narra
la complessa vicenda della raccolta delle carte pavesi nel libro Ombre dal
Fondo (Einaudi ' 97): le traversie p er affrontare l' endemica mancanza di
denaro pubblico, le piste seguite per rintracciare i quaderni di scrittori
famosi, gli incontri con eredi diffidenti, con banchieri generosi, con
oscuri trafficanti di manoscritti, con burocrati sonnolenti, con q ualche
rettore coraggioso. Oggi il Fondo contiene documenti di molti dei più
importanti autori contemporanei: da Luzi a Morselli, da Alfonso Gatto ad
Arbasino, da Calvino alla Banti, da Montanelli a Carlo Levi, da Saba a
Amelia Rosselli, da Manganell i a Meneghello, da Pizzuto a Volponi, da
Parise a Malerba. Un patrimonio immenso e inestimabile che solo la
passione di Maria Corti ha saputo raccogliere. |
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LA STAMPA
Corti, la signora dei manoscritti
di Mario Baudino
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MILANO
SE n´è andata nel sonno, alle prime ore di ieri mattina, dopo essere stata
ricoverata la sera precedente per una crisi respiratoria. Maria Corti
aveva 86 anni, e fino all´ultimo ha lavorato, discusso, fatto progetti.
Era famosa per la sua indomabile energia, anche fisica. I colleghi dell´Università
di Pavia la ricordano sul primo autobus da Milano, vivacissima all´alba, e
su quello che a sera la riportava a casa, dopo una lunga giornata di
lavoro: non sembrava mai stanca. E´ stata la prima filologa italiana (ma
il discorso potrebbe facilmente estendersi all´estero) a ottenere una
generale riconoscimento in un mondo dominato da colleghi maschi,
soprattutto nel campo degli studi sul Due-Trecento dove i suoi lavori su
Guido Guinizelli e Dante le hanno dato una ruolo di primissimo piano sulla
scena internazionale. Arrivarci non fu una passeggiata, come raccontò a
Cristina Nesi nel libro-intervista Dialoghi in pubblico uscito da Rizzoli
nel `95: «Ho incontrato nel mondo universitario, in modo intermittente ma
monotono, degli intellettuali narcisisti, esemplari di un vago snobismo
che consiste nel considerarsi giunti là dove altri non hanno accesso e di
un altrettanto vago senso di superiorità nei rapporti umani,
particolarmente se femminili. Alcuni hanno la concezione ininterrotta di
essere speciali... Abbiamo il coraggio di dirlo, del resto lo dicono anche
gli psicologi: gli intellettuali maschi, anche se valentissimi sul piano
scientifico, hanno spesso in comune coi bambini una carica narcisistica,
più debole nell'altro sesso». Lei che da bambina aveva dovuto temprarsi
velocemente (la madre, bellissima e brava pianista, era morta già nel `25,
il padre era ingegnere in Puglia, fu inevitabile il collegio dalle suore),
dei narcisismi ha avuto presto ragione. Ha insegnato fino al `90 all´Università
di Pavia, dove ha creato il «Fondo manoscritti» raccogliendo un enorme
patrimonio di manoscritti italiani soprattutto del Novecento; ma non ha
rinunciato, in nome della filologia, al piacere della letteratura
creativa, scrivendo una decina di romanzi, l´ultimo dei quali, dedicato al
`68 e ai suoi linguaggi, è stato da poco pubblicato per Einaudi col titolo
Le pietre verbali. L´attività di scrittrice è stato anzi il suo primo
amore: come ha raccontato in una recente intervista con Laura Lepri sul
numero di Panta dedicato all´editoria, scrisse il romanzo d´esordio nell´immediato
dopoguerra. Piacque a Calvino, ma rimase quarant´anni nel cassetto e uscì
nell´87 da Bompiani con il titolo Cantare nel buio. Il vero inizio fu nel
`62, con L´Ora di tutti, ma lei, lo ha ricordato ieri Cesare Segre, ne fu
un po´ delusa: «Lamentava che il suo lavoro non fosse abbastanza
apprezzato, Poi lentamente si è conquistata un pubblico». E´ un´istantanea
dei primi anni 60, nella Milano dove i due studiosi, che si erano
incontrati dieci anni prima, erano legatissimi. Allieva, come lui, di
Benvenuto Terracini, la Corti stava faticosamente costruendo la sua
carriera universitaria. I riconoscimenti e il «successo» furono
conquistati con fiera determinazione. Metodi e Fantasmi (Feltrinelli) è
del `69, Principi della comunicazione letteraria (Bompiani) è del `76, Il
viaggio testuale (Einaudi), uno dei libri che la consacrarono come
specialista di punta nelle nuove discipline semiotiche e strutturali, del
`78. Nell´83 esce sempre per Einaudi La felicità mentale. Nuove
prospettive per Cavalcanti e Dante, ma non c´è solo il Duecento nei suoi
interessi. C´è Fenoglio, di cui cura l´edizione critica del Partigiano
Johnny, c´è Montale (si impegnerà con tutto il suo peso nella grande
querelle sulle poesie postume diffuse da Annalisa Cima, contestate come
apocrifi da Dante Isella e da lei ritenute autentiche), c´è l´appassionata
curiosità «militante» per gli scrittori e per la teoria letteraria. E´ tra
i fondatori della rivista Alfabeta che a metà degli anni 70 riaccende il
dibattito sulla letteratura, le avanguardie, la politica, ma anche di una
importante pubblicazione specialistica come Strumenti critici, con Cesare
Segre e Silvio d´Arco Avalle. Alla fine avrà una rivista tutta sua,
Autografo (pubblicata da Interlinea), che è l´espressione della creatura
più amata, il «Fondo manoscritti» di cui si è occupata fino agli ultimi
giorni, mentre dava gli ultimi consigli all'editore novarese, dove è in
bozza definitiva l´ultimo saggio: “Un ponte tra latino e italiano”.
Maria Corti verrà sepolta domani. Al mattino è prevista una cerimonia
all´Università di Pavia, e nel pomeriggio il feretro verrà traslato nel
piccolo cimitero di Pelio in Val d´Intelvi, il paese della famiglia
materna dove lei amava ritirarsi per brevi vacanze di studio. Là, diceva
spesso, la conoscevano tutti, perché nessuno aveva dimenticato quando
fosse bella sua madre |
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IL MANIFESTO
L'ultimo viaggio di Maria
Corti
di
Fabio Pusterla
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In
una trattoria di una valle comasca, molti anni fa, quando nel nord si
cominciavano ad avvertire i primi sussulti di quell'intolleranza lombarda
che di lì a poco si sarebbe trasformata in partito politico, ho visto
Maria Corti zittire l'oste, che parlava male dei meridionali: e proporgli,
con la fermezza che le era propria, una sintesi di storia culturale e
politica forse esagerata e fuori luogo, ma senz'altro ammirevole e
commovente. Un minuscolo aneddoto, ma è appunto in quei gesti di
quotidiano orgoglio culturale, di intransigenza verso l'approssimazione e
la faciloneria, che appare uno dei tratti più eccezionali e alti del
magistero di Maria Corti: qualcosa che poggia certo sul suo grandissimo
lavoro di ricerca letteraria e linguistica, ma non può riassumersi in un
catalogo bibliografico, poiché trascende il valore strettamente
disciplinare.
Tutti coloro che, in una forma qualsiasi, hanno avuto la fortuna di
frequentare Maria Corti, ricordano certo questo aspetto non accademico,
imprevedibile, spumeggiante: la capacità di sorprendere ora con la
generosità umana, ora con la precisione quasi scientifica, ora con la
severità etica. Tratti rari, e preziosi, che i suoi studenti conoscevano
bene, mentre lei stessa era cosciente dell'importanza che la sua figura
finiva per assumere nella scelta di un cammino, di una direzione, di un
senso. Si trattasse di un'impervia questione filologica, di una nuova
interpretazione dantesca, dell'applicazione di una teoria semiologica alla
storia letteraria: qualunque fosse l'argomento del corso, della lezione,
della conferenza, si aveva sempre la sensazione che in quel punto la
letteratura ritrovasse la sua centralità nella complessa storia umana; che
in quel modo fosse possibile capire qualcosa di essenziale e di urgente;
che dietro quell'argomento si celasse, lasciandosi però intuire, un
orizzonte vastissimo e terribile.
Non è un caso che, tra le figure mitiche che maggiormente attrassero
l'attenzione di Maria Corti, ci siano quelle delle sirene e di Ulisse,
inseguite dapprima con estenuanti ricerche, partendo da un'intuizione
geniale e rischiosa: che si potesse cioè rileggere il grande canto di
Dante dedicato appunto a Ulisse svelandone misteri filosofici importanti e
sin qui trascurati. Isolare, nel vastissimo catalogo delle opere di Maria
Corti, il capitolo riservato a questa avventura sarebbe sufficiente a
delineare un carattere intellettuale di sorprendente ricchezza, capace di
improvvisi colpi di scena, di brusche svolte: articoli, saggi, volumi
fondamentali, che dal prezioso Dante a un nuovo crocevia (Sansoni,
1981) giungono a La felicità mentale. Nuove prospettive per Cavalcanti
e Dante (Einaudi, 1983). Ma, di fianco a questa strada maestra battuta
dalla studiosa, ecco spalancarsi altri percorsi laterali: il 1983 è anche
l'anno in cui appare in Italia, per interessamento di Maria Corti che ne
curerà l'introduzione, la traduzione dello splendido Scrivere come Dio
dello svedese Olof Lagercrantz, una guida all'opera dantesca scritta da
un'intelligenza lucida e provocatoria. E nel capitolo che Lagercrantz
riserva appunto a Ulisse, ecco l'osservazione che Maria Corti subito
artiglia e approfondisce: "A fianco di Ulisse che cos'è mai Lucifero se
non un misero prestigiatore e imitatore! (...) Il vero nemico di Dio è
invece Ulisse, per il quale il sapere e la libera indagine sono più
importanti di Dio stesso". Sei anni più tardi, vedrà la luce uno dei
romanzi più belli di Maria Corti, Il canto delle sirene (Bompiani,
1989), opera complessa, ma dominata ancora una volta dal richiamo
incessante di quella curiositas intellettuale che attorno alla
vicenda delle sirene e di Odisseo si definisce. Un altro modo, stavolta
creativo, di affrontare il nodo culturale da cui Maria Corti era attratta
e perfino ossessionata: la conoscenza intesa come un viaggio continuo,
arrischiato, irrinunciabile.
Il suo non è stato l'eclettismo compiaciuto del grande studioso che si
concede all'occasionale pagina creativa; ma la rarissima capacità di
suonare più strumenti con uguale maestria; e non per nulla le doti
narrative dell'autrice apparivano già con forza in una delle sue grandi
opere critiche, che sin dal titolo suggeriva un'alleanza tra la studiosa e
l'artista: Metodi e fantasmi (1969). Del resto, la scrittura
creativa di Maria Corti non ha, nella storia della sua straordinaria
vicenda intellettuale, un'importanza minore o secondaria; anzi, si può
credere che per l'autrice quello scaffale occupato da un bel numero di
romanzi avesse un significato particolare: L'ora di tutti (1962),
Il ballo dei sapienti (1966), Voci dal Nord Est (1986),
Il canto delle sirene (1989), Otranto allo specchio (1990),
Cantare nel buio (1991; ma la prima stesura di quest'opera, intitolata
Il treno della pazienza, risale addirittura al 1948), Catasto
magico (1999), cui si aggiunge ancora il suo ultimo romanzo dedicato
al `68, forse il più difficile e pericoloso. Un elenco di titoli che non
vuol cedere di un passo di fronte a quell'altro, assi più vasto, delle
opere filologiche, dei trattati, delle edizioni critiche.
Ad accompagnare Maria Corti nel suo ultimo viaggio, sembrano
particolarmente adatti questi versi di Zbignew Herbert, poeta da lei
fortemente amato, dedicati a un insegnante (L'insegnante di scienze)
che, come Maria Corti, ha saputo essere un vero maestro per molti:
(...) quando su un sentiero nel bosco / incontro uno scarabeo, che si
inerpica / su un monticello di sabbia / mi accosto / saluto con rispetto /
e dico: /-buon giorno signor professore // permetta che la aiuti- // lo
trasporto delicatamente / e lo seguo a lungo con lo sguardo / finché
sparisce / nella buia sala insegnanti / in fondo al corridoio di foglie. |
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AVVENIRE
La signora dei manoscritti
di Bianca Garavelli
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Lei
era una scrittrice, non solo una studiosa, anche se con una fama tale che
avrebbe potuto esserne completamente, meritatamente soddisfatta. Ma
avrebbe voluto essere considerata così, una scrittrice, una narratrice, e
negli ultimi anni non ne faceva mistero. Comprendeva Dante per questo
cruccio condiviso: doveva aver sofferto, diceva, il poeta della
Commedia, perché non veniva apprezzato dai suoi contemporanei per
l'intera variegata gamma delle sue prove d'autore. E anche nell'Italia di
oggi è difficile che chi pratica vari generi letterari dimostrando pari
maestria venga accolto bene.
Eppure, Maria Corti aveva deciso di pubblicare prima i suoi libri critici,
perché, aveva confessato una volta, non voleva che i lettori la vedessero
come realmente era, attraverso le storie piene di avventure e passione che
raccontava. Così, solo quando si è sentita più padrona di sé e della sua
personale storia ha deciso di dare alle stampe nel 1962 L'ora di tutti,
romanzo storico ambientato nell'amata Otranto, in quella terra di Salento
che ben conosceva, visto che la seconda moglie di suo padre, rimasto
vedovo troppo presto, era di Maglie in provincia di Lecce.
Maria Corti era nata a Milano nel 1915, e a Milano si è spenta ieri di
prima mattina, per una crisi polmonare, confortata da ex allievi che erano
ormai un po' suoi figli. L'ultimo saluto glielo darà domani il comune di
Pellio Intelvi affacciato sul lago di Como, dov'è la casa di famiglia, e
dove riposerà dopo la cerimonia religiosa officiata da padre Giovanni
Pozzi. Ma la cerimonia più "pubblica" sarà alle 11.30 all'Università di
Pavia, dove le sue lezioni di Storia della lingua italiana erano
frequentate da un numero sempre crescente di studenti affascinati, quando
affrontava come in un viaggio avvincente i testi degli autori del
Neorealismo e, da ultimo, dei poeti stilnovisti e Dante, tornando ai primi
amori di studiosa, quegli Studi sulla sintassi poetica avanti lo
Stilnovo del 1953.
Ha lasciato una scia di allievi che hanno imparato dal suo metodo critico
l'arte di «far parlare i libri», leggendoli con instancabile attenzione e
amorosa pazienza. Proprio Il viaggio testuale si intitola uno dei
suoi libri cardine, pubblicato nel 1978 da Einaudi. Ma il suo prestigio di
studiosa si fondava anche sulla collaborazione con la casa editrice
Bompiani, e sulla fondazione e condirezione di riviste che hanno segnato
le tappe della storia della critica in Italia: «Strumenti critici» in
primo luogo, nata grazie a di studiosi d'eccezione dell'Università di
Pavia, tra cui Dante Isella e Cesare Segre, e da Firenze D'Arco Silvio
Avalle. Ma anche in seguito «Alfabeta», che ha ospitato per anni le voci
critiche più all'avanguardia, da Umberto Eco a Ugo Volli a Omar Calabrese.
Maria Corti non si stancava mai di cercare metodi il più possibile
scientifici e nuovi per studiare i testi in modo serio e coerente. E'
stata fra i primi a imporre la semiotica in Italia, ma non ha mai
abbandonato i mezzi raffinati della filologia, lo studio dei testi che è
palestra per qualsiasi lavoro critico. Dal connubio felice tra filologia e
semiotica sono nati libri come I metodi attuali della critica in Italia,
pubblicato nel 1970 con Cesare Segre, e Principi della comunicazione
letteraria nel 1976, prezioso contributo allo studio del testo come
insieme di tensioni e influenze e della sua complessa genesi nella mente
dello scrittore.
Ma i suoi studi critici hanno prodotto anche edizioni fondamentali e
innovative di opere di autori decisivi, dagli scritti adolescenziali di
Leopardi, Entro dipinta gabbia, al Partigiano Johnny di
Fenoglio. E di molti studiosi e scrittori aveva conquistato l'amicizia,
non ultima quella di Alda Merini, di cui ha notevolmente sollevato le
quotazioni letterarie in momenti non facili, così come incoraggiava con
generosità il difficile lavoro di giovani case editrici di valore, come la
Interlinea di Novara e la Manni di Lecce.
L'interesse per Dante aveva riempito i suoi ultimi anni, di pari passo con
la scrittura romanzesca. Da Il viaggio testuale in poi i suoi studi
danteschi si sono moltiplicati: Dante a un nuovo crocevia del 1981,
in cui metteva in luce per la prima volta lo stretto legame fra la poetica
dello Stilnovo e la grande mistica, approfondito ne La felicità mentale
del 1984; nel 1993 I percorsi dell'invenzione, con la scoperta di
insospettabili fonti arabe della Commedia. E intanto sempre per
Einaudi pubblicava romanzi, tra cui nel 1999 Catasto magico
ispirato al fascino dell'Etna, e Le pietre verbali, uscito proprio
l'anno scorso, in cui rivive il sogno rivoluzionario del '68 attraverso i
gerghi degli amati studenti.
Proprio il suo amore per la cultura e i libri, che speravamo avrebbe
potuto tenerla in vita per sempre, l'aveva spinta a volere con tutto il
suo entusiasmo a Pavia il «Centro di ricerca per la tradizione manoscritta
contemporanea», meglio noto come «Fondo Manoscritti», che ha aperto tante
possibilità nuove di studio e scoperta. E ha salvato anche un patrimonio
di ricordi e affetto, splendidamente ricordato nel saggio-romanzo Ombre
dal fondo del 1997. E infatti chi l'ha conosciuta sa cosa sapeva dare
Maria oltre agli insegnamenti letterari, coi suoi consigli di vita, a
volte burberi, sempre affettuosi |
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LA PROVINCIA PAVESE
Questa ragazza ci mancherà»
di Maria Grazia Piccaluga
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PAVIA.
In punta di piedi Maria Corti raggiungerà le ombre che popolano il Fondo
Manoscritti. Entrerà in quell'«universo in miniatura dove sfuggi alla
dimensione del reale e incontri loro: ce ne sono con cui hai consuetudine
da anni, ha sparpagliato sul tavolo in passato fogli e quadernetti»
scriveva. Ieri è entrata in questo mondo, congedandosi dagli amici:
Umberto Eco, Gianluigi Beccaria, Cesare Segre, Francesco Sabatini, Angelo
Stella, Dante Isella, dai colleghi e da generazioni di allievi,
moltissimi, riuniti ieri nel cortile Volta dell'Università.
«Quando ho saputo di Maria era tardi. Ho riaperto in fretta la mia rubrica
sull'Espresso e ho cercato un titolo per un breve pensiero: "E' scomparsa
una ragazza", ispirato al senso di giovinezza e adolescenza che sapeva
diffondere attorno a sè».
Fa una breve pausa Umberto Eco. Forse pensa agli anni di "Alfabeta", la
rivista fondata alla fine degli anni Settanta da Nanni Balestrini. Al
grande tavolo del comitato di redazione dove lui - raccontava proprio
Maria Corti - «di solito taceva, lasciava parlare tutti, dall'angolo
sinistro della bocca gli pendeva immobile qualcosa, sigaro, sigaretta,
pipa. Solo alla fine diceva il suo parere. Era sempre molto acuto, era la
soluzione migliore». E con l'inseparabile sigaro tra le dita, Eco ricorda
come «quella che in Maria sembrava ingenuità era invece sempre freschezza.
Alle riunioni di Alfabeta era la più grande di età, ma anche la più
stupita: con la stessa freschezza raccontava degli Skiantos o delle ultime
influenze arabe su Dante. Quello che abbiamo perduto è la presenza di
questa ragazza, ma non possiamo porvi rimedio». Tra il pubblico i volti
pietrificati degli amici di sempre, gli allievi del maestro Benvenuto
Terracini, quasi fratelli. A Gianluigi Beccaria, oggi in cattedra a
Torino, le parole si fermano in gola. «La conobbi a casa di Terracini. Mi
disse: "Ecco la mia bambina" ma era quella che batteva tutti in ottimismo
ed entusiasmo». E' difficile ricordare. E allora le dedica una poesia di
un autore che ha tanto amato: "Il nostro lutto" di Beppe Fenoglio. Da
Torino, città alla quale Maria Corti era legata da uno degli innumerevoli
fili della sua vita (e che le ha conferito la laurea honoris causa due
anni fa), arriva anche Bice Mortara Garavelli. «All'inizio ero intimidita
dalla sua grande intelligenza. Ma era una donna capace di ascoltare e
accendere le energie di coloro che avevano la fortuna di incontrarla».
Filologa, critica, docente e narratrice. L'Accademia della Crusca l'aveva
voluta nel suo enclave. E ieri mattina in Università, è venuto a salutarla
per l'ultima volta un amico «di montagne e di ghiacciai», Francesco
Sabatini che dell'Accademia fiorentina è presidente. «La conobbi durante
il mio esame di libera docenza - ricorda - e mi propose di prendere il suo
posto a Lecce, la sua Lecce. Fu l'inizio di un lungo cammino fatto
insieme. Non senza motivi di discussione, di approfondimento, sempre con
qualche novità su un saggio o un romanzo che stava per terminare». E delle
sue ricchissime attività, della scuola pavese che ha contribuito a
fondare, delle sue passioni e dei suoi traguardi ha parlato il preside di
Lettere, Gianni Francioni: «Maria è apparsa a noi insieme fragile e forte,
spesso felicemente protesa all'irregolarità, al fuori pista, sedotta dal
rischio dell'inesplorato...». «A lei l'Università di Pavia vuole esprimere
il più profondo senso di gratitudine - ha ribadito ieri il rettore,
Roberto Schmid aprendo e chiudendo la cerimonia - per avere per tanti anni
onorato e illuminato l'ateneo con la sua presenza. Non potremo più
ascoltare ammirati il suono delle sue parole, nè sorprenderci di nuove sue
imprese letterarie. Il suo spirito rimarrà sempre tra queste mura,
unendosi a quella schiera di spiriti eletti che, grazie a lei, popolano il
Fondo manoscritti».
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