|
|

|
Sono contenta di essere ospite in questa pagina e di potervi raccontare
qualcosa di me. Ecco qua: mi chiamo Anna Lavatelli, e sono l’autrice del
libro
Il giallo del sorriso
scomparso,
che troverete nella nuova collana “Le rane” di Interlinea dedicata alla
letteratura giovanile. Infatti il mio mestiere è questo: scrivere per i
bambini e le bambine. E un pochino anche per me, perché a dirla franca mi
piace moltissimo.
Ma come si diventa scrittori? È una domanda che mi sento rivolgere spesso
dai miei lettori e dalle mie lettrici, nelle biblioteche e nelle scuole,
quando vado in giro per l’Italia. Una domanda più che naturale, ma la
risposta è complicata. Anzi, le risposte che si possono dare sono tante, e
neanch’io so bene qual è quella giusta. Ma se adesso prendo il tono alto
della dissertazione, rischio di farvi credere che passo il tempo a
macerarmi in chissà quali cogitazioni filosofiche, mentre quel che c’è
dentro di me è soltanto una gran voglia di raccontare storie. Meglio il
tono lieve della chiacchierata, dunque, che apre le porte alle confidenze
più sincere. Voglio provare a conversare un po’ con me stessa: vediamo
cosa ne viene fuori.
– Dimmi, Anna, da piccola volevi fare la scrittrice?
– No, da piccola volevo fare la burattinaia. Avevo un teatrino e dei
burattini (regalo di Natale dei miei genitori) e con quelli facevo gli
spettacoli per i mIei amici. E sognavo che da grande avrei avuto un teatro
vero, come quello dei Fratelli Colla a Milano, con burattini alti un metro
e tantissimi bambini come spettatori.
– E scrivere, ti piaceva?
– Mi piaceva di più le ascoltare le storie che il mio papà Antonio mi
cantava con la sua chitarra (e che canta ancora adesso a mio nipote
Matteo).
– E poi?
– Poi mi piaceva leggere. E sognare ad occhi aperti.
– Cosa sognavi?
– Avventure, viaggi in paesi lontani, imprese eroiche. E mandavo avanti
con l’immaginazione le storie che avevo visto al cinema. Oppure le
cambiavo, rivoltandole come un calzino.
– E scrivere niente.
– Niente. Cioè, soltanto i compiti di scuola.
– E poi?
– E poi un giorno, a 27 anni, mi sono seduta al tavolo e ho scritto la mia
prima storia.
– Perché?
– E chi lo sa? Io sentivo che mi mancava qualcosa, ma non sapevo bene
cos’era. Ho cercato di qua e di là e quando ho cominciato a scrivere ho
scoperto che mi piaceva farlo, che ci riuscivo bene e che era la cosa
giusta per me.
– Perché?
– Non lo so. Io so solo questo: che scrivere mi fa star meglio, perché mi
permette di giocare con le ipotesi, lavorare di immaginazione, tirar fuori
storie che tengono conto di ciò che non è accaduto ma che sarebbe potuto
succedere se... Insomma: per me ripensare la realtà vuol dire anche
reinventarla.
– E ai bambini questo interessa?
– Ma certo che gli interessa... E molto più che agli adulti. Gli adulti
spesso non credono più nei cambiamenti. Un bambino invece cambia ogni
giorno e ogni giorno fa esperienze nuove: la sua crescita è il regno
stesso delle ipotesi. Più ne sperimenta – anche attraverso la lettura di
un libro, di tanti bei libri – più c’è possibilità che ne venga fuori un
adulto come si deve.
– E cioè?
– Cioè una persona capace di pensare che c’è sempre un altro modo in cui
possono andare le cose. Una persona che vive di progetti e di prospettive,
di se e di ma, e qualche volta anche di sogni impossibili. Una persona
così ragionerà sempre in proprio, non con la testa altrui, e starà bene
sia con se stessa che con gli altri.
– Il libro maestro di vita?
– Non usiamo parole grosse, per favore. Il libro è uno strumento per
elaborare ipotesi (l’ho già detto) e per intrecciare relazioni affettive.
Con i personaggi che ci sono dentro la storia e con le persone che mediano
il libro (genitori, amici, insegnanti...). Tutte cose di un’importanza
formativa straordinaria. Per non parlare del ruolo della parola scritta,
che si trasforma in immagini, sensazioni, emozioni durante la lettura,
dentro la testa di chi legge. Insomma, non saprei dire se i libri diano
lezioni di vita (quali libri, poi? e come si riconoscono?). Secondo me, è
lo status di lettore quello che conta. Mica per niente i nazisti coi libri
ci facevano dei falò.
Pubblicato su "Interlinea junior. Libri e notizie", n. 5, aprile 2001 |