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Quel che mi ha
sempre colpito (e che ancor oggi desta in me meraviglia) del lavoro di
Elve Fortis de Hieronymis non è stata tanto la creatività, che pure
possedeva in sommo grado. No, è stata la generosità. Tento e spero di
spiegarmi. In tutti i suoi libri ha sempre profuso a piene mani
invenzioni e trovate, doni e sorprese. È sempre stata munifica e
prodiga. Quante volte in questi anni (di tanti e troppi libri) abbiamo
visto un’idea, magari un’ideuzza, usata più e più volte e stiracchiata o
furbescamente dosata a gocce e pasticche. O ancora copiata, decalcata,
imitata.
No, Elve Fortis ha sempre seguito altre strade. Illustratrice,
scrittrice, ideatrice e progettista di libri per l’infanzia,
accompagnava questa sua munificenza creativa con un’altra (e
conseguente) qualità: un’inesausta curiosità, un gusto continuo per il
cambiamento, par la sperimentazione felicemente consapevole di nuove
strade e occasioni. Due sono, da questo punto di vista, i suoi libri
esemplari: Così per
gioco..., pubblicato dalla Einaudi nella collana “Gli
Struzzi” nel 1979, e questi Viaggi che apparvero per le stesse
edizioni nella serie “Libri per ragazzi” dieci anni dopo. Il primo era
un manuale, svelto e incisivo, dedicato alla creatività (forbici, colla,
materiali di recupero e quant’altro). Tanto che quando ricordai la
figura di Elve in una rivista cui allora collaboravo scrissi che Così
per gioco... lo «vedrei pubblicato in cofanetto, insieme a La
grammatica della fantasia di Rodari». Si rivolgeva sia ai ragazzi
che agli insegnanti.
I
viaggi di Giac, spero che lo
abbiate letto prima di fermarvi su questa nota, è invece un’opera
singolare e inconsueta nel panorama del libro per bambini.
Un pupazzino di
carta, ritagliato da un vecchio quotidiano in un giorno di pioggia, che
prende improvvisamente vita e inizia a vagabondare in mondi fantastici:
Puntinia, Lineapoli, Roccatonda, Roccaquadra, Iridia. Si snoda cosi un
itinerario coinvolgente e ricchissimo, intelligente e, par certi versi,
emozionante. Elve aveva mano leggera e ferma vuoi nella scrittura vuoi
nell’illustrazione. E tutto era poi filtrato da un grande rigore fatto
di stile e di signorilità, di allegria e ironia.
In 120 pagine o
poco più si trovano giochi logici e gustosissime divagazioni lessicali e
semantiche, inviti a lavorare con e sul libro, origami e filastrocche.
Quelle filastrocche rimandano alla impagabile lezione del “Corriere dei
piccoli” e al ritmo sornione e distaccato di un Sergio Tofano. D’altro
canto la stessa figurina di Giacomino si lega in qualche modo ad
analoghe e felici invenzioni presenti, non casualmente, in quel vario e
minoritario filone della nostra letteratura per l’infanzia costruito
sull’impertinenza, l’invenzione, l’immaginazione, la presa in giro, lo
scarto improvviso che ci porta verso altri territori. Vien da pensare a
un romanzo “di confine”, a una storia delicatissima e latamente
pacifista come Le avventure di Fiammiferino (1906), unica opera
per bambini del celebre e celebrato giornalista e inviato speciale del
“Corriere della Sera” Luigi Barzini. Per giungere a I viaggi di
Giovannino Perdigiorno ancora di Rodari. Senza dimenticare che il
nostro pupazzetto ritagliato è pur sempre lontano nipote dei tanti omini
piccini‑picciò della fiaba classica.
Vi è, infine, un elemento che vorrei sottolineare di questo libro e che
ne mette in rilievo, ancor più, la sua validità e attualità. In questi
ultimi anni, guardando a quel che si è fatto e si va facendo in altri
paesi europei, vi è stato un crescente interesse verso quei libri che
“insegnano” a “leggere l’arte”: singole opere, progetti editoriali
(penso in primis al lavoro delle edizioni Giannino Stoppani),
associazioni e realtà museali. Vi è un quadro vivace di progetti e
iniziative che fa ben sperare.
Ebbene Elve Fortis de Hieronymis lo aveva già anticipato per certi
versi. Le riproduzioni di Kandinsky, Robert Delaunay Matisse, Vasarely,
Calder, Steinberg, Morandi, con il parco e sobrio commento che le
accompagna, sono lì a testimoniarlo.
Giac alla fine dei suoi viaggi, emozionato e felice, trova il modo per
tornare nel suo paese, a Castelcarta. Chissà, a me piace pensare che
benefica regina di questo mondo sia proprio la Elve, con forbici e
pennarelli al posto dello scettro...
pubblicato in
“Andersen”, maggio 2001 |