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Al
diario inedito di Rebora la prima pagina di “Tuttolibri”
Rebora, l’artiglio di Dio si è intitolata la copertina di “Tuttolibri”,
l’autorevole inserto della “Stampa”, lo scorso 29 settembre, interamente
dedicata all’uscita del Diario intimo di Clemente Rebora edito da
Interlinea. Accanto all’anticipazione di alcuni brani (su scuola,
massoneria e la stazione Centrale di Milano in una visione all’origine di
una sua celebre poesia),
Giovanni Tesio
ha ricordato il personaggio «tra laica educazione e spinte
spiritualistiche» e la sua storia: «sfuggire all’artiglio dell’io per
essere ghermito dall’artiglio di Dio». Del piccolo libro che costituisce
un grande evento editoriale per la critica del poeta hanno scritto le
maggiori testate, alla vigilia del prossimo cinquantesimo della morte,
annunciato anche da una ristampa del suo Rosmini asceta e mistico, sempre
per i tipi della casa editrice novarese la cui ormai più che decennale
attenzione reboriana – come è stato notato – rinnova la fedeltà editoriale
che in passato ebbe Vanni Schewiller. E non a caso Gianni Mussini sta
lavorando, per Interlinea, al carteggio Rebora-Scheiwiller e a un’edizione
commentata dei Frammenti lirici, attesa per la fine del 2007.
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In quell’inverno
di quarant’anni fa il grande freddo non aveva rallentato le operazioni
militari e dal mare di Barents al mar d’Azov la guerra infuriava al pari
della tormenta. Malgrado le perdite subite e l’occupazione nazista di gran
parte della Russia europea, l’Armata Rossa era partita al contrattacco con
una forza disperata e una preparazione tecnica che, dopo quanto era
successo nei mesi precedenti, nessuno aveva previsto.
Nel dicembre più freddo e più tragico della storia su, oltre il Circolo
Polare Artico, finnici e russi del Nord si fronteggiavano in azioni dove
più che le qualità guerriere valevano quelle fisiche e molti campioni di
fondo caddero con gli sci ai piedi non solo per armi ma anche per gelo e
fatica in una unica e lunghissima notte.
I tedeschi rifornivano le loro guarnigioni in Lapponia a dorso d’uomo
lungo una pista che partiva da Kemi, nel golfo di Botnia, e che era
chiamata “Strada del mar di Ghiaccio”. Oltre mille chilometri più in
basso, Leningrado era accerchiata da mesi e poté essere rifornita
solamente quando il Ladoga gelò tanto da sopportare prima il peso delle
slitte e poi delle autocolonne. Hitler aspettava ogni giorno la notizia
della capitolazione della città; anzi, la resa non doveva nemmeno essere
trattata, aveva detto: «Leningrado deve essere cancellata dalla faccia
della Terra!» […]
Ma la città della Rivoluzione d’Ottobre seppe resistere per più di due
anni e dopo, quando venne liberata, risultò che un cittadino su tre era
morto per fame.
Questa storia continua nel libro di Mario Rigoni Stern, Quel Natale
nella steppa (pp. 80, euro 8).
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L’espresso col timbro postale di Venezia, che la portinaia gli consegnò,
aveva l’indirizzo scritto a macchina: era molto probabile, si disse il
vecchio antiquario cominciando a salire i duri cinque piani che portavano
al suo alloggio, era molto probabile che fosse dell’amico e collega Nello
Buranello.
Aveva, ormai, un metodo per arrivare fino su senza che gli prendessero le
palpitazioni: si fermava, a ogni pianerottolo, un tempo almeno uguale a
quello che era stato necessario per superare la rampa immediatamente
precedente. E come occupava quel tempo? Qualche volta, nel modo più
semplice: contava: e contava con lo stesso ritmo col quale aveva contato i
gradini, che erano, per i primi due piani, sette e tredici, alternatamente:
dal terzo in su, cinque e undici, ma più ripidi. Altre volte, pregava.
Quando superava il terzo piano, cominciava a vedere, dalla finestrina del
piccolo pianerottolo intermedio, tra l’uno e l’altro dei veri e propri
piani di abitazione, l’immenso intrico delle terrazze e dei tettucci,
color albicocca marcia, color argilla, color polvere, e i pergolati, e i
rampicanti, e le piante in cassa, e le tende e le incannucciate e le
baracchette di legno, e qua e là, disordinatamente, l’arco gotico e murato
di una torre medievale, il rosone barocco della fiancata di una piccola
chiesa (lui solo sapeva che chiesa era!), un’abside, una cupoletta, un
campanile, un altro campanile: e sopra tutto, al di là di tutto,
infinitamente più importante di tutto, il cupolone di San Pietro.
Specialmente
d’inverno, e specialmente nelle giornate senza sole, come era appunto
quella vigilia di Natale, terrazze e tetti erano deserti. Non c’era nessun
giardiniere, nessun ragazzo a badare ai fiori o alle spalliere verdi.
Nessuna donna a stendere i panni. E il vecchio antiquario Ariberto
Malcotti era contento di non vedere nessuno. Sospirava di sollievo e, con
l’occhio fisso alla cupola, pregava. La cupola di San Pietro era, ormai,
per lui, l’immagine più perfetta della meta, a cui con tutte le forze
ambiva: l’immagine di quel Paradiso, che, nonostante il lungo passato nero
di peccati orribili e di follie, sperava, grazie alla misericordia divina,
di non demeritare. A quel passato non ci pensava più, non ci voleva
pensare: era come se non fosse mai esistito. Da più di dieci anni, ormai,
lo aveva sepolto, quel passato. Il confessore stesso gli aveva detto di
fare così: era meglio. Sì, doveva sentirsi umile, umilissimo all’idea
delle proprie colpe. Ma se, per sentirsi umile, fosse stato assolutamente
necessario ricordarsele, ebbene, era meglio che non si sentisse neanche
tanto umile, ecco.
Leggete questo e altri racconti in Mario Soldati, Natale e Satana e
altri racconti (pp. 168, euro 10).
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La notizia
è di qualche settimana fa, ma rimarrà attuale almeno fino al prossimo
Natale. Un uomo di quarantatré anni, Wolfgang Dirkcs, deceduto nel
dicembre del 1993, è rimasto per cinque anni morto seduto davanti al
televisore con l’albero di Natale ancora acceso senza che nessuno se ne
accorgesse.
L’episodio è avvenuto ad Amburgo, nella Repubblica Federale Tedesca. Pare
che il televisore, al momento del ritrovamento, non funzionasse più: la
qualità di questi elettrodomestici, anche tedeschi, non è più quella di
una volta. Tutto il resto, invece, era in perfetta efficienza. Le luci
erano accese, il frigorifero conservava i cibi del 1993. Il telefono, per
un po’, aveva suonato; poi amici e parenti si erano stancati di fare il
numero: «Se vorrà, mi chiamerà lui». In qualche caso, c’era stata anche
una ripicca. «Può fare a meno di me? Tanto meglio. Chi si crede di
essere?»
La vicina di pianerottolo, interpellata dai giornalisti, ha ammesso di
ricordare
vagamente
il signor Dirkcs. «Negli ultimi tempi stava poco bene: ho pensato che si
fosse ricoverato». E poi? «Poi, non ci ho pensato più». Altri vicini non
l’avevano mai visto. Erano arrivati in quella casa nel 1994, nel 1995, nel
1996, nel 1997.
La banca, come da mandato, ha pagato affitti e bollette finché il conto è
andato in rosso, e poi ancora per un po’. Ma Wolfgang Dirkcs non
rispondeva ai solleciti e nemmeno alle intimazioni di sfratto. Un uomo
veramente imperturbabile.
La morale, ognuno se la ricaverà da solo. Buon Natale!
Questo brano è tratto dal volume di Sebastiano Vassalli, Il robot di
Natale e altri racconti (pp. 48, euro 8). |