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Ritagli stampa tra autunno e inverno: i
giornali parlano di Interlinea
Anche in questi ultimi mesi significativa è stata l’attenzione della
stampa nazionale ai libri di Interlinea. Numerose sono state infatti le
recensioni pubblicate sui maggiori quotidiani e periodici, dedicate ai più
recenti titoli usciti nelle diverse collane. Anche per la coincidenza con
la scomparsa dei due autori, un consistente numero di recensioni sono
state dedicate a Éschaton di Luigi Santucci e a Un viaggio a Lourdes di
Mario Soldati. Molto recensito anche Lo sguardo escluso di Giorgio Bertone,
premio Grinzane Hanbury 1999. Ecco una brevissima selezione dalla rassegna
stampa nel periodo maggio-novembre 1999.
Quell’ultimo viaggio
a Lourdes del ventottenne Soldati (“Il Giornale”, 5 agosto 1999): «Rileggendo
Un viaggio a Lourdes, scritto a ventotto anni con il ritmo incalzante del
reportage, vien da chiedersi per prima cosa quale atteggiamento abbia
assunto lo scrittore di fronte al buio che inesorabile gli dilagava nella
mente» (Mario Soldati, Un viaggio a Lourdes, pp. 72, lire 15 000).
Tu, musica divina ci
ricordi Buscaglione (“La Stampa”-inserto “TTL”, 18 settembre 1999): «Nel
romanzo di Vaggi, Buscaglione non compare con la forza del protagonista,
ma neppure può essere declassato a figura di secondo piano. È lui, Fred.
Semplicemente. Centrato nella sua essenza così come l’abbiamo conosciuto»
(Massimo Vaggi, Tu, musica divina, pp. 176, lire 20 000).
Balene al pascolo e
navi nel granturco (“L’indice”, luglio-agosto 1999): «Giorgio Bertone
ha scritto di recente un libro “intrigante” come si dice, ambizioso, a
tratti geniale: non è da poco cercare di rispondere alla domanda “Come è
il paesaggio nella civiltà occidentale” e “Come si è svolto il concetto di
paesaggio letterario”» (Giorgio Bertone, Lo sguardo escluso, pp. 272, lire
40 000).
Anche i libri possono
aiutare (“Gioia”, 29 maggio 1999): «A volte anche i libri aiutano a
sopportare un dolore, una perdita, un momento difficile della vita.
Aiutami a morire di Paolo Barnard raccoglie storie di lotta contro
l’abbandono» (Paolo Barnard, Aiutami a morire, pp. 176, lire 20 000).
Un’etica civile per
rinsaldare la nostra società (“La Stampa”-inserto “TTL”, 28 agosto
1999): «L’intento è di recuperare le radici religiose, a fronte di una
religione investita da una progressiva crisi di memoria e di un sentire
religioso che persiste ma sempre più ridotto a bricolage ed immediatezza»
(Giannino Piana, Sapienza e vita quotidiana, pp. 208, lire 20 000).
Se colore e luce
abitano anche nei versi (“Il Sole 24 Ore”-inserto “Domenica”, 12
settembre 1999): «Nel testo introduttivo Maria Corti apre e sollecita il
discorso sul territorio inesauribile al confine tra immagine e scrittura:
parola e immagine mettono in moto un’archeologia del giorno e della notte,
dello spazio e del tempo, del maschile e del femminile» (“Autografo” 38:
La messinscena di scritto e figurato, pp. 160, lire 30 000).
Immagini di un
passato importante (“Storia e dossier”, settembre 1999): «Questo libro
presenta una raccolta senza precedenti di immagini d’epoca che
testimoniano fatti e personaggi di un particolare momento della storia
d’Italia» (Franco Guerra, Le immagini storiche della battaglia di Novara
del 23 marzo 1849, pp. 254, lire 90 000).
Natale in casa
Consolo (“La Stampa”-inserto “TTL”, 6 novembre 1999): «Il Teatro del
Sole è sostanzialmente Palermo del passato e del presente, tra Filippo II
e la Kaisa, è “il libro di storia più chiaro, il nuovo libro che i viceré
avevano scritto sopra un altro più antico e consunto...” anche quando il
presepe emigra a Parigi o quando nella culla al posto del Bambin Gesù
viene posata una tortora tra fiotti di sangue, “perché a Palermo anche nel
tempo di Natale bellezza e orrore stanno insieme”» (Vincenzo Consolo, Il
Teatro del Sole, pp. 40, lire 10 000).
La lirica simbolica
del poeta cinese Ai Qing (“L’Osservatore Romano”, 10 novembre 1999):
«In un librino di sessanta pagine, ma del valore di uno scrigno, Anna
Bujatti ha raccolto una breve silloge con liriche che assurgono alla
dignità di simbolo» (Ai Qing, La mangiatoia, pp. 64, lire 15 000).
Per ricevere maggiori informazioni e
gli articoli sui libri di Interlinea fare richiesta all’ufficio stampa
(tel. 0321 612571,
email:
ufficiostampa@interlinea.com).
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Un uomo che conta
secondo al Bancarella Sport 1999 |
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Andrea Borgnis ha surclassato Pippo Inzaghi, ma ha dovuto
cedere di fronte a Coppi e Bartali: un’immagine un po’ ardita se il
“Bancarella Sport” non fosse da trentasei anni il più prestigioso premio
letterario italiano dedicato alla letteratura di ispirazione sportiva. Un
premio che ha proprio nella contaminazione tra arte delle parole e pratica
sportiva il proprio baricentro. E allora immaginarlo come una sorta di
campionato non è poi così fuori luogo. Dunque, il pesista ossolano Andrea
Borgnis, la cui storia è narrata nel romanzo Un uomo che conta di Benito
Mazzi, pubblicato da Interlinea, si è piazzato secondo in questa
particolarissima classifica, preceduto da Coppi e Bartali di Daniele
Marchesini (Il Mulino), ma seguito dall’autobiografia di Filippo Inzaghi,
bomber bianconero.
L’atto finale dell’edizione 1999 del “Bancarella Sport” si è consumato lo
scorso 27 settembre sulla piazza di Pontremoli, cuore dell’universo
singolare e specialissimo dei librai italiani di tradizione. Come è noto,
il premio Bancarella nelle sue diverse articolazioni (il “Bancarella
Sport” è una di queste) ha come giurati i librai pontremolesi sparsi in
tutta Italia. Una maxicommissione di 120 giurati che votano mediante
apposite schede che giungono a Pontremoli sigillate.
Un piazzamento più che onorevole, quindi, per Mazzi e per Interlinea, che
pubblica da qualche anno le opere dello scrittore vigezzino, finalista nel
1998 al Premio “Strega” con il romanzo Nel sole zingaro, già esaurito e
oggi, quale testo di «autore di riconosciuto talento», come ha notato
Mirella Appiotti su “La Stampa”, valorizzato dalla riedizione di Lampi di
stampa.
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Letture sotto l'albero - 1 (Vincenzo Consolo)
Consolo: «bàrberi
e cammelli venivano nel clamore di
pifferi» |
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Bàrberi e cammelli
venivano, nel clamore assordante di pifferi trombe tamburi, e emiri e
visir là in groppa all’ombra di baldacchini di seta, un corteo dietro di
valì e cadì, d’eunuchi, odalische, saltimbanchi guizzanti, e soldatesca
moresca in turbanti sgargianti, lampi di scimitarre e d’occhi di giaietto.
Che rimescolio di razze, di lingue, in questa turba vitale, invadente, in
questi dominatori venuti dal mare, dai deserti lontani, in questi
guerrieri audaci e sereni coltivatori di palme, d’ulivi, di cedri!
Sono insieme arabi, persiani, egizi, libici, sudanesi, berberi, spagnoli,
tutti uniti nella fede in Allah. Sono rudi, incolti, feroci e sapienti,
dottissimi, cultori di numeri, astronomie, raffinati poeti.
«La notte di
quella loro impresa sembrava una negra ornata dei monili delle stelle»:
rubando versi a García Lorca, così cantava Ibn Hamdìs.
Palermo fu, per questi ispirati invasori, il divano della loro nostalgia
delle sabbie e delle oasi, ricordo e ricreazione del Cairo, di Baghdad,
Medina, Damasco, della Mecca.
Ruggeri e Guglielmi d’Altavilla seguivano, in ancor più sontuosa parata,
su cavalli ingualdrappati, in corona e tunica dorata, col seguito di
baroni e ciambellani, e giureconsulti, scienziati, poeti, biondi guerrieri,
eunuchi, paggi e favorite andaluse.
Questi soldati normanni, questi nordici eroi della Riconquista cristiana,
sono sedotti in Palermo dalle delizie musulmane, e parlano l’arabo, vivono
come califfi, si fanno tolleranti verso ogni fede, cultura, si muovono in
una al-Madinah, in una città dalle trecento moschee, in un bosco di
minareti da cui i muezzin modulano il loro richiamo, nella Palermo di
chiese bizantine e romane, di sinagoghe ebraiche, di mercati e di bagni,
di castelli e di ville reali intorno, come il castello di Giafàr, la Zisa,
la Cuba, la Favara, che la circondano come preziosi monili al collo di
belle ragazze...
Potete entrare in
questa narrazione natalizia leggendo Il Teatro del Sole. Racconti di
Natale di Vincenzo Consolo (pp. 40, lire 10 000), da cui è stato tratto il
brano, qui illustrato da una incisione di Mauro Maulini.
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Letture sotto l'albero - 2 (Elio Fiore)
Quando il presepe era sul pianoforte |
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Nella
casa dove nacqui, a Porta Maggiore, sulla via Casilina, che un tempo era
fuori le mura di Roma, c’era una stanza adornata da un arazzo popolare e
da un pianoforte verticale. Il pianoforte era appartenuto a una famiglia
nobile che aveva perduto l’intero patrimonio e il curatore del sequestro (il
quale aveva fatto depositare i mobili antichi e migliaia di volumi
preziosi in un grande solaio) aveva pregato mio padre di conservare il
piano nella nostra casa, in prestito e con uso gratuito, in attesa della
vendita all’asta.
Ai primi di dicembre mio padre preparava sul pianoforte un presepe. Il
pianoforte scompariva nelle montagne e nei deserti che mio padre, sera per
sera, con della carta plasmava e colorava.
In ordine di apparizione, giorno per giorno, trovavo pastori e agnelli,
lavandaie presso ruscelli, artigiani, vecchie presso arcolai, e nelle oasi,
sotto palme d’oro, archimandriti con accanto rotoli azzurri. Al tocco
delle dita di mio padre sorgevano ponti e castelli, bianche case a due
piani con recinti di pollame e negli orti c’erano i pozzi e i frantoi, i
forni per il pane tra il verde degli ulivi. Pescatori gettavano la rete e
l’amo su un grande lago dove si specchiavano cigni e barche a vela. Il
firmamento scendeva con il sole e la luna sulla grotta situata presso
l’apparecchio radio occultato nel piano superiore, dove tra sassi e spighe,
alla maniera di Manzù, attendevano tra la paglia gialla il bue e
l’asinello.
Io salivo su una sedia e seguivo i sentieri e le strade romane e le scale
ripide che scendevano sulla tastiera. La gerarchia degli angeli mi
rivelava l’orchestra divina, il caldo fiato del creato, la meccanica
semplice della nascita del Redentore.
Le musiche che provenivano dalla radio, la cometa e i piccoli fuochi mi
guidavano tra i pastori che, in ginocchio, adoravano stupiti la bellezza
di quella luce improvvisa. Ignaro m’era il grido della Storia e mettevo un
pastore con le braccia aperte – e lo identificavo nel papa Pio XII – verso
quel punto che aveva illuminato la terra durante un censimento calcolato.
Nella stanza un’alta finestra si apriva ad altre stelle, ai prati, agli
Archi Felici, all’orto sempre coltivato, al di là dell’immensa strada, da
mio padre. I magi lasciavano i cammelli e deponevano oro, incenso e mirra.
Nella grotta la Vergine e san Giuseppe sorridevano a me che aprivo il
cancello della cassa armonica del pianoforte e traevo Le avventure di
Pinocchio con le incisive illustrazioni di Mussino. Leggevo alcune pagine
a Gesù Bambino ridente e con le braccia aperte nell’inverno freddissimo.
Gli preparavo le scene del mio teatrino ogni anno sempre nuovo: s’apriva
il sipario e le marionette (erano raggi i fili di refe affissi ai
bilancini manovrati dall’alto dalle grandi mani azzurre di mio padre)
delicatamente educavano la mia fantasia innocente. Anche quando,
nell’Epifania del 1942, mia sorella Maria Luisa mi donò un carro armato e
due schiere verdi di soldatini...
Potete
continuare a leggere questa prosa con altre e con poesie in I bambini
hanno bisogno di Elio Fiore, con illustrazioni di Giosetta Fioroni (pp.
80, lire 20 000). |
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Letture sotto l'albero - 3 (Laura Mancinelli)
Il giovane
Mozart innamorato sotto la neve di
Torino |
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Era
sceso in strada, quel pomeriggio di gennaio, perché aveva udito grida di
ragazzi che giocavano: e ora li guardava incuriosito, ragazzi della sua
età, ma piuttosto mal vestiti, con brache rattoppate e farsetti lisi,
senza cappello, spettinati nel vento delle loro corse. C’era anche una
ragazzetta, con una sottana lunga, probabilmente della madre, magra e
bionda, diversa dalle bambine che frequentava a Salisburgo benché, come
loro, fosse precocemente vestita da donna. Quelle, le ragazze della sua
infanzia di genio fanciullo, erano acconciate come piccole dame, con
vestiti di stoffe preziose, scarpine col tacco, parrucche. Anche sua
sorella vestiva così. Guardò le scarpe dei ragazzi: non ne avevano.
Avevano piuttosto ciabatte di pezza, o zoccoli di legno. La ragazza aveva
gli zoccoli. “Come farà a correre con quelle cose ai piedi?” si domandò
osservandola. Eppure correva bene, “leggera come una ninfa” gli venne in
mente ricordando le sue letture da Metastasio.
Nessuno dei ragazzi riusciva ad acchiapparla. Quando qualcuno stava per
afferrarle la gonna svolazzante, lei con uno strattone gli sfuggiva di
mano. Giocavano a mosca cieca. Mozart batté i piedi infreddoliti sul
selciato, per riscaldarsi. Faceva freddo in quella città italiana, così
poco solare, grigia nel cielo invernale e nei palazzi severi.
A quel movimento i ragazzi si accorsero di lui e smisero il loro gioco.
Chi era “sotto” e portava la benda sugli occhi, se la tolse sentendo che
tutti si erano fermati, e guardò anche lui lo straniero. La ragazza gli si
avvicinò incuriosita. «Hai freddo?» chiese in un dialetto incomprensibile.
Mozart però capì la domanda, perché aveva veramente freddo, e accennò di
sì con la testa. «Gioca con noi, così ti scalderai». E, presa la benda di
mano a un ragazzo, gliela legò sugli occhi.
Conosceva bene quel gioco, perché lo faceva anche lui nel suo paese, coi
suoi coetanei; solo che qui, giocato da questi ragazzi laceri, gli pareva
più selvaggio, quasi pericoloso. Ma non ebbe tempo per riflettere, perché
la ragazza, dopo averlo bendato, tenendolo per mano gli aveva fatto fare
alcuni giri su se stesso, e poi lo aveva lasciato andare...
Il racconto prosegue in Amadé. Mozart a Torino di Laura Mancinelli (pp.
80, lire 20 000), con tavole di Fernando Eandi, edizione in tiratura
numerata. |
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