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Se Cupido si insinua fra gli alambicchi: l’amore del
giovane Alessandro Volta
Una notte di
maggio del 1788 un gentiluomo alto di statura, snello ed elegantemente
vestito, passeggiava con certa impazienza nel ridotto del Teatro dei
Quattro Signori di Pavia, fiutando di tanto in tanto una presa di rapé per
ingannare l’attesa.
Era un bell’uomo sui quaranta, con un viso arguto e sereno, con due forti
rughe verticali fra ciglio e ciglio, labbra sottili e un paio di basette
ai lati, che caratterizzavano l’uomo di scienza e di pensiero. Le poche
persone che si trovavano in quel ritrovo lo avevano salutato con rispetto,
ancorché egli facesse del suo meglio per sottrarsi ai loro sguardi, un po’
come un ragazzo che fosse stato colto in fallo. C’erano fra essi alcuni
giovani nobiluomini che si distinguevano per le loro lunghe giubbe di
seta, a ricami, per le ampie lattughe di trina sul petto e qualcuno
persino per una vestigia di parrucca. Chi avesse avuto l’occhio esercitato
a quei luoghi galanti, non avrebbe mancato di classificarli come dei
gaudenti più o meno squattrinati che aspettavano l’uscita delle
danzatrici; che da qualche tempo, in quel piccolo teatro pavese
l’impresario aveva messo su un Barbiere di Siviglia, melodramma buffo di
Giovanni Paisiello, e lo andava intercalando, fra un atto e l’altro, di un
balletto del Manzoli, con una troupe di danzatrici fatte venir da Milano.
Quei giovani spiantati stavano là ancora in crocchio sussurrandosi il nome
del maturo gentiluomo e commentandone la presenza, quando d’un tratto la
porticina, in un canto del ridotto, s’aprì e un gruppo indiavolato di
ragazze in abiti vistosi e fruscianti e bizzarre acconciature, irruppe
nell’atrio. Subito i nobilastri diedero di piglio ai loro occhialetti e
ciascuno si precipitò sulla sua beltà preferita. Dopo di che usciron tutt’insieme,
mentre dalla porta del teatro, finita l’opera, sfollava anche il pubblico,
che si veniva poi disperdendo qua e là per la piazza, fantasticamente
illuminata dalle fiaccole dei lacchè.
Di lì a poco tutto tornò tranquillo e il gentiluomo riprese ancora le sue
impazienti passeggiatine per l’atrio. Presto da quella medesima porticina
una fanciulla piuttosto piccola e graziosa, in mantiglia e cappuccio,
sbucò fuori, e verso di essa egli accorse afferrandole le mani con calore.
«Divina, divina ancor una volta, Marianna!» egli le disse chinandosi su di
lei e baciandole le mani col rattenuto entusiasmo di un signore di belle
maniere. «Non potevate essere più diabolicamente gaia e perfetta! Le
vostre note son raggi di sole, fragranze di fiori. E il vostro spirito,
Marianna, il vostro brio!»
Poi anch’essi uscirono, svoltarono l’angolo del teatro e si persero lungo
una stradicciola che lo fiancheggiava, romita e già invasa dalla luna: una
di quelle patetiche contraducce come solo Pavia ha il segreto di
possedere, un poco storte, fiancheggiate da casine giallastre e
silenziose, dalle lunghe gronde.
Così inizia il romanzo di Carlo Linati Cupido fra gli alambicchi (pp. 128,
lire 20 000).
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«L’Italia si ritrova
quasi 60 milioni di abitanti ma 100 milioni di poeti, tenendo conto degli
pseudonimi» amava scherzare il piccolo grande editore Vanni Scheiwiller,
che ogni anno a Torino, quando la Fiera si chiamava ancora Salone, correva
allo stand della giovane Interlinea per scambiare qualche novità, come si
faceva da ragazzini con le figurine. «Ho questi ultimi Fuochi fatui di
Sbarbaro, così prendo la vostra Passione di Rebora. A quando Ai Qing?».
C’è stato maestro, nei ritagli dei suoi mille impegni, con consigli,
appunti su certe riscoperte, scambi di opinioni sul distributore in comune...:
un maestro di tanti libri dal cuore grande e dal formato ridotto,
caratteristiche con cui in suo ricordo e in compagnia di vecchi amici – da
Luciano Erba a Maria Corti – Interlinea vuole coltivare il suo solco nella
terra della poesia. Con una collana dal nome classico suggerito da Carlo
Carena, “Lyra”, che si inaugurerà a settembre con la nuova opera del
grande Adonis, Siggil, con testo arabo a fronte e una nota di Andrea
Zanzotto, con una raccolta di frammenti di Saffo, ripescando anche un
testo raro di Manara Valgimigli, e con pensieri ispirati proprio al
ricordo di Vanni (come non intitolarli All’insegna del pesce d’oro?)
firmati da Annalisa Cima, per seguire con testi di Zanzotto, Buffoni,
Jahier, Miller... Forse libri per pochi lettori. Pochi ma buoni, come
piacevano al piccolo grande editore.
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Una
serie di iniziative editoriali di Interlinea e di proposte culturali ad
esse collegate hanno rilanciato in modo significativo la scrittrice Maria
Antonietta Torriani Torelli-Violler (Novara 1840-Torino 1920), in arte “La
Marchesa Colombi”, i cui romanzi e racconti avevano colpito Italo Calvino,
che riscoprì nel dopoguerra il suo capolavoro Un matrimonio in
provincia nella mitica collana einaudiana “Centopagine” su
appassionato suggerimento di Natalia Ginzburg.
L’8 marzo scorso, nella ricorrenza della giornata internazionale della
donna, è uscito in libreria La gente per bene, uno straordinario galateo
“femminista” e comunque al femminile scritto dalla Torriani nel 1877 e
oggi ripresentato a cura di tre studiose, Benatti, Botteri e Genevois.
Nell’occasione è stata inaugurata con successo a Milano, alla Biblioteca
di Palazzo Sormani, una mostra bibliografica sui galatei allestita in
concomitanza con l’uscita del volume.
La gente per bene
è un esempio tipico della cifra stilistica della Marchesa Colombi: un
raccontare asciutto e ironico, che va ben oltre le modalità tipiche dei
galatei di tutti i tempi, per trasformarsi quasi in analisi della società
tardo ottocentesca, senza rinunciare a stigmatizzare usi consueti ma non
più condivisibili, a promuovere il ruolo della donna e il rispetto della
persona.
Del resto la stessa vita della Marchesa Colombi è un esempio di
anticonformismo: nata a Novara a metà Ottocento, riuscì ad evadere dal
piccolo mondo antico della provincia piemontese (così ben descritto in
Un matrimonio in provincia, del quale è uscita una nuova edizione di
Interlinea presentata da Giuliana Morandini) e a diventare protagonista
nel bel mondo delle lettere e della arti. Scrittrice, giornalista di
costume, fu amante di Giosuè Carducci (che le dedicò una poesia) e poi
sposa di Eugenio Torelli-Violler, fondatore del “Corriere della Sera”.
Catalogata in quell’immensa folla di letterati minori dell’Ottocento
italiano, ma apprezzata da Croce, la Marchesa Colombi sta vivendo in
questi ultimi anni, e oggi in particolare, una straordinaria riscoperta,
frutto del lavoro di diversi studiosi e anche dall’impegno della stessa
Interlinea (infatti, oltre a La gente per bene e Un matrimonio, è
stato ripoposto di recente un altro gioiellino, In risaia, un
romanzo-denuncia sulle condizioni di vita nelle campagne risicole tra
Piemonte e Lombardia, con un testo raro di Carlo Emilio Gadda, ora
disponibile in coedizione con Lampi di Stampa) e del Centro Novarese di
Studi Letterari, che propone un convegno internazionale il 26 maggio nella
natìa Novara (Auditorium BpN, orario 10-12, 15-18) e una mostra
biobibliografica e documentaria (Archivio di Stato di Novara,
inaugurazione programmata alle ore 12,15 dello stesso giorno del
convegno). Tra gli interventi al convegno si segnalano quelli di E.
Genevois della Sorbonne Nouvelle di Parigi, di E. Pierobon dell’Università
del Sud Africa di Pretoria e di A. Arslan dell’Università di Padova, che
tra l’altro il 23 marzo scorso ha presentato la nuova edizione di La
gente per bene nel North Carolina nel corso di un importante convegno.
Nella collana “Biblioteca” di Interlinea si annunciano già gli atti del
convegno internazionale, con il titolo La Marchesa Colombi: una
scrittrice e il suo tempo.
La Marchesa Colombi presso Interlinea: Un matrimonio in provincia,
con prefazione di Giuliana Morandini (pp. 112, lire 18 000); La gente per
bene, a cura di Silvia Benatti, Inge Botteri ed Emmanuelle Genevois (pp.
272, lire 20 000). Inoltre il bel romanzo In risaia, con un testo
di Carlo Emilio Gadda, è riproposto in coedizione con Lampi di stampa.
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La nascita di Eva di Jeanne Hersch,
autrice ginevrina di lingua francese, allieva di Jaspers e già docente di
filosofia contemporanea all’Università di Ginevra, viene pubblicato a
giugno da Interlinea per la prima volta in Italia. È una raccolta di
racconti, ricordi e saggi caratterizzati dalla concisione, dalla
ricercatezza stilistica e dalla grande qualità letteraria. Il testo
centrale della raccolta, che le dà il titolo, consiste in un commento al
celebre bassorilievo romanico francese di Autun, cogliendo lo spunto per
una riflessione sul tema della nascita della coscienza. Accanto al testo,
profondo e dotto, ma di lettura non riservata agli specialisti, è di
rilievo la prefazione di Jean Starobinski e la nota di Roberta de
Monticelli (traduzione di Federico Leoni). |